A 30 anni dal sisma del 1980: analisi e provocazioni corsare. Ricevo e pubblico da Lucio Garofalo

Fu in effetti il più catastrofico cataclisma che ha investito il Sud nel secondo dopoguerra, un immane disastro provocato non solo dalla furia degli elementi naturali, bensì pure da fattori di ordine storico, economico ed antropico culturale. Nei giorni immediatamente successivi al sisma, molti si spinsero ad ipotizzare agghiaccianti responsabilità politiche, polemizzando sui gravi ritardi, sulle lentezze e carenze registrate nell’opera dei soccorsi, lanciando una serie di accuse ispirate ad una teoria che chiamava in causa una vera e propria “strage di Stato”. La furia tellurica si abbatté in modo implacabile sulle nostre comunità, ma in seguito la voracità degli avvoltoi e degli sciacalli, collocati al vertice delle istituzioni, completò l’opera di devastazione.

Il ritorno ad una condizione di “normalità” ha rappresentato un processo molto lento che ha imposto anni nei quali le famiglie hanno cresciuto i figli in gelidi container con le pareti rivestite d’amianto. La fine dell’emergenza, il completamento della ricostruzione, lo smantellamento delle aree prefabbricate, costituiscono opere relativamente recenti. Inoltre, la ricostruzione urbanistica, oltre che stentata e carente, convulsa ed irrazionale, non è stata indirizzata da una intelligente pianificazione politica volta a recuperare e consolidare il tessuto della convivenza e della partecipazione democratica, creando quegli spazi di aggregazione sociale che rendono vivibili le relazioni interpersonali e gli agglomerati abitativi, che altrimenti restano solo dormitori.

Nella fase dell’emergenza post-sismica le autorità locali attinsero ampiamente agli ingenti fondi assegnati dal governo per la ricostruzione delle zone terremotate. La Legge 219 del 14 maggio 1981 prevedeva un massiccio stanziamento di sessantamila miliardi delle vecchie lire per finanziare anche un piano di industrializzazione moderna. Si progettò così la dislocazione di macchinari industriali (obsoleti) provenienti dal Nord Italia all’interno di territori impervi e tortuosi, in cui non esisteva ancora una rete di trasporti e comunicazioni. Fu varato un processo di (sotto)sviluppo che ha svelato nel tempo la sua natura rovinosa ed alienante, i cui effetti sinistri hanno arrecato guasti all’ambiente e all’economia locale. Per inciso, occorre ricordare che il contesto territoriale è quello delle aree interne di montagna, all’epoca difficilmente accessibili e praticabili. Bisogna altresì ricordare l’edificazione di vere e proprie “cattedrali nel deserto” come, ad esempio, l’ESI SUD, la IATO ed altri insediamenti (im)produttivi, in gran parte chiusi e falliti, i cui dirigenti, quasi sempre del Nord, hanno installato i loro impianti nelle nostre zone per sfruttare i finanziamenti statali previsti dalla Legge 219.

 

Il progetto di sviluppo del dopo-terremoto era destinato a fallire fin dall’inizio, essendo stato concepito e gestito con una logica affaristica e clientelare tesa a favorire l’insediamento di imprese estranee alla nostra realtà, che non avevano il minimo interesse a valorizzare le risorse e le caratteristiche del territorio, a considerare i bisogni effettivi del mercato locale, a tutelare e promuovere le produzioni autoctone, sfruttando la manodopera a basso costo e innescando così un circolo vizioso e perverso.

 

Vale la pena ricordare che le principali ricchezze del nostro territorio sono da sempre l’agricoltura e l’artigianato. Si pensi all’altopiano del Formicoso, considerato il granaio dell’Irpinia, dove qualcuno, all’apice delle istituzioni, ha deciso di allestirvi una megadiscarica. Si pensi ai rinomati prodotti agroalimentari come il vino Aglianico di Taurasi o la castagna di Montella, solo per citare quelli a denominazione d’origine controllata. Un’enorme potenzialità, assai redditizia in termini occupazionali, è insita nell’ambiente storico e naturale, nella promozione del turismo ecologico, archeologico e culturale, che non è mai stato adeguatamente valorizzato dalle autorità politiche locali.

 

La rete clientelistica e assistenzialistica era un apparato scientificamente organizzato, volto ad assicurare il mantenimento di un sistema affaristico simile ad una piovra, che con i suoi lunghi tentacoli si era impadronita della cosa pubblica, occupando la macchina statale e scongiurando ogni rischio di instabilità e di cambiamento effettivo della società irpina. Il sistema protezionistico era onnipresente, seguiva e condizionava la vita delle persone dalla culla al loculo, a patto di cedere in cambio il proprio voto in ogni circostanza in cui era richiesto. Ancora oggi sindaci e amministratori irpini sono designati con la benedizione dell’uomo del monte, che fa e disfa le cose a proprio piacimento, costruendo o affossando maggioranze amministrative, indicando persino i nomi dei candidati all’opposizione. All’interno di questo apparato si risolvono e dissolvono i contrasti tra governo e opposizione, sistema e antisistema, precludendo ogni possibilità di ricambio e mutamento reale della politica irpina, che non a caso è ancora sottoposta ai capricci e ai ricatti esercitati da San Ciriaco, la testa pensante e pelata della piovra.

Il cosiddetto “sviluppo” ha generato mostruose sperequazioni che hanno avvelenato e corrotto gli animi e i rapporti umani, approfondendo le disuguaglianze già esistenti e creando nuove ingiustizie e contraddizioni, creando sacche di emarginazione e miseria, precarietà e sfruttamento in contesti sempre più omologati culturalmente. Rispetto a tali processi sociali e materiali, le “devianze giovanili”, i suicidi e le nuove forme di dipendenza sono i sintomi più inquietanti di un diffuso malessere morale ed esistenziale. Per quanto concerne i suicidi l’Irpinia e la Lucania si contendono un ben triste primato.

 

Lucio Garofalo

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Una Risposta to “A 30 anni dal sisma del 1980: analisi e provocazioni corsare. Ricevo e pubblico da Lucio Garofalo”

  1. lucio2008 Says:

    Un commento ha sollevato una obiezione sacrosanta rispetto ad un mio articolo pubblicato su un blog locale, indicando la necessità di una narrazione più integrale delle vicende storiche post-sismiche, per segnalare e rivalutare (giustamente) ”l’opera, la tenacia e l’impegno senza interessi personali di chi stava al di là delle barricate e combatteva con la visione di un futuro migliore per Lioni e per le popolazioni irpine tutte”. Ho citato testualmente le parole dell’autore.

    Sono perfettamente d’accordo con questa rettifica. Riconosco che il mio articolo è parziale e incompleto da questo punto di vista, non certo per una omissione volontaria o una rimozione inconscia, bensì per altre ragioni, anzitutto di spazio e di opportunità pratica. Infatti, ho pensato di evidenziare gli aspetti più alienanti, brutali e regressivi della storia post-sismica, trascurando i momenti più esaltanti e positivi sul piano della solidarietà e della partecipazione sociale, della spinta alla lotta e al cambiamento, dell’azione politica di numerose persone effettivamente disinteressate, animate solo dal desiderio di riscattare la nostra terra martoriata.

    Tanto per cominciare, ricordo le testimonianze di amicizia e di fraternità, gli attestati concreti di soccorso forniti dai cosiddetti “angeli del terremoto”. I quali diedero prova di una generosità eccezionale, esprimendo un impegno corale che coinvolse migliaia di giovani provenienti da tutta l’Italia e l’Europa, per portarci conforto morale ed assistenza materiale, per scavare e salvare i sepolti sopravvissuti sotto le macerie, per soccorrere i feriti, insomma per contribuire alla fase più immediata e drammatica dell’emergenza.

    Rammento la memorabile esperienza dei “Comitati popolari”, che si costituirono nella fase riguardante l’assegnazione e la gestione dei prefabbricati, e furono coinvolti anche in altri importanti processi decisionali. Ricordo, con sommo piacere, la storia di Radio Popolare Lioni, un prezioso strumento di controinformazione proletaria, già molto attivo nella fase antecedente al terremoto del 1980.

    Rammento le discussioni collettive, i momenti di impegno e di partecipazione vissuti grazie al “Coordinamento giovani Lioni”, una indimenticabile esperienza di crescita personale, intellettuale e politica, durante la quale ebbi modo di mettere a frutto la mia passione per la militanza e per la scrittura, pubblicando nel 1982 (se non erro) il mio primo articolo su un giornalino autoprodotto da un gruppo di giovani lionesi che misero in pratica un bisogno di antagonismo, di autonomia e di autorganizzazione politica e culturale.

    Ricordo anche le iniziative culturali assai proficue, di rottura e critica sociale, a cui diede vita il “C.R.A.C.” (Centro Ricreativo di Aggregazione Culturale), che in un certo senso chiuse la fase di emancipazione e trasformazione progressiva, di partecipazione politica di massa, almeno nella realtà locale di Lioni durante gli anni ’80, che segnarono l’emergenza post-sismica e l’avvio della ricostruzione.

    La ripresa delle lotte e dell’’impegno politico avvenne verso la fine degli anni ’90, grazie soprattutto all’avvento del cosiddetto “movimento no-global”, che ha coinvolto ed entusiasmato una intera generazione di giovani (e meno giovani) anche in Irpinia.

    Per concludere, ricordo che nei cortei e nelle manifestazioni che si svolsero nella prima metà degli anni ’80, a cui presero parte molti militanti irpini, uno degli slogan più urlati era: “Ai morti dell’Irpinia non basta il lutto: pagherete caro, pagherete tutto!”. Ebbene, le vicende storiche successive hanno purtroppo dimostrato che a “pagare” sono sempre gli stessi, cioè i più deboli, i reietti e i miserabili.

    Lucio

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