Munnezza: le riflessioni di Peppe Ardagna

Ci sono delle cose, in questa repentina quanto insperata soluzione della crisi rifiuti in Campania, che per quanti sforzi si facciano, proprio non riescono a sistemarsi in un quadro esplicativo degno di tal nome. Troppe sono le cose che non tornano in questa sciagurata vicenda che ha visto coinvolte migliaia di persone in quella che, ad un certo punto ,sembrava dovesse essere destinata a diventare una sorta di guerra civile. In primo luogo: com’è possibile che una crisi che dura dal 1994, e che quindi si trascina da oramai quattordici anni, sia stata risolta dal neogoverno in carica in poco più di cinquanta giorni? Le tonnellate di immondizia che hanno coperto il capoluogo partenopeo e la regione che fine hanno fatto? Dove sono?

Qualcuno potrebbe dire in Germania o accolti da regioni che hanno offerto il proprio aiuto, ma se davvero erano (come i tg italiani ci hanno ripetuto per mesi allo sfinimento) migliaia e migliaia di tonnellate, considerato anche il normale svolgimento delle discariche (o termovalorizzatori) che hanno accolto il pattume campano come “aggiunta” a quello quotidianamente sversato in essi, non ci si può non rendersi conto che c’è qualcosa che non quadra (se alla famosa formula matematica: velocità=spazio fratto tempo ci aggiungiamo anche il quantitativo di spazzatura da eliminare). No il fatto è che di una notevole mole di immondizia si sono perse le tracce. A Napoli, da alcuni giorni, circolano voci. Pare, ma la notizia non è supportata da prove concrete, che una parte dei rifiuti sia stata sversata direttamente in mare. Ma al di là delle voci vere, o presunte tali, sulla sorte del pattume campano, altre sono le cose che danno istintivamente da pensare. Che fine hanno fatto i comitati di protesta? Quei comitati così agguerriti e battaglieri che hanno dato fuoco ai mezzi pubblici pur di impedire il lavoro a Bertolaso ed ai suoi collaboratori. Dove sono finite le barricate per le strade e la gente che lanciava alle malcapitate forze dell’ordine tutto ciò che riuscivano a trovare in terra? Dove sono finiti quei comitati di quartiere, quei registi cinematografici che hanno girato per giorni chilometri di pellicola per documentare la tragica situazione napoletana, quei capipopolo che aizzavano la gente contro la polizia? Con l’uscita di scena di Prodi e del suo governo sono scomparsi. Forse il timore che la malavita organizzata si fosse infiltrata come elemento destabilizzatore all’interno dei gruppi di protesta, col tempo, sarà destinato a diventare più che un semplice sospetto. A tratti è sembrato quasi di essere tornati a i tempi della strategia della tensione. E ancora: com’è possibile che quelle stesse persone, che fino a qualche mese fa scendevano in strada a protestare ogni qualvolta si sceglieva una località campana per l’apertura delle discariche, poi abbiano ridotto la propria protesta sino a farla diventare inconsistente nel momento in cui a scegliere le zone da adibire a discarica sia stato il centrodestra? A tutt’oggi gli unici che continuano a protestare (e la loro voce comunque si sta facendo più flebile ad ogni giorno che passa) sono gli abitanti di Chiaiano, che hanno una motivazione piuttosto valida, dal momento che lo sversatoio verrebbe creato a non più di settecento metri dal centro abitato. Ma c’è dell’altro. Già Roberto Saviano e con lui numerosi giornalisti, avevano sottolineato il fatto che un cospicuo quantitativo di rifiuti (quelli più nocivi) provenissero dalle fabbriche del nord Italia. Perché nessuno ha approfondito questo nodale elemento della questione immondizia? Perché nessuno si è preso la briga di andare a verificare se quanto denunciato corrispondesse al vero e soprattutto a cercare di capire quali fossero le fabbriche che approfittavano della malavita campana per sversare illegalmente i propri rifiuti tossici all’ombra del Vesuvio?

Dott. Giuseppe Ardagna

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