Il vescovo Gennaro, testimone privilegiato.

17° Centenario del martirio di San Gennaro.

Anno 305 d. C., Pozzuoli. Tutto iniziò qui, in una delle diocesi più antiche in cui ancora si ricordavano i fasti del porto dell’impero romano.

Fu qui, e precisamente nella Solfatara, che venne decapitato Gennaro, vescovo di Benevento: il 19 settembre, secondo le fonti.

Martire, in greco significa testimone. Lo fu Gennaro; e Pozzuoli fu testimone del suo martirio.
La vicenda umana del futuro patrono di Napoli e della Campania nasce e si conclude tragicamente tra circostanze che solo i Campi Flegrei, una terra ricca di miti e storia, potevano offrire.
Pozzuoli, “Parva Roma”, la piccola Roma, città tra le più importanti del Mediterraneo; già visitata da San Paolo e per questo citata negli Atti degli Apostoli. Nella “terra ardente” la presenza pagana persisteva ed era evidente: l’Anfiteatro offriva ancora crudeli spettacoli.

La Sibilla e i primi cristiani, sangue e zolfo, mare e fuoco, vita e morte, questi gli elementi di una vicenda umana destinata ad accompagnare, mano per mano, la storia di Napoli.
Quello di San Gennaro fu l’ultimo martirio di cui la Chiesa campana ha conoscenza.
Con l’editto di Costantino (312) i cristiani non furono più perseguitati in quello che restava dell’impero romano. Anche l’esempio del vescovo Gennaro fu determinante.

Il professor don Angelo D´Ambrosio è il direttore dell’Ufficio Beni culturali della diocesi, studioso della Chiesa puteolana e dei Campi Flegrei, autore di numerose pubblicazioni.
Gennaro non è l’unico martire campano.

Perché diventa subito importante già agli occhi dei suoi contemporanei?
“Per San Gennaro il culto fu sin dall´inizio privilegiato perché era un vescovo. E per i primi cristiani questo aspetto era importantissimo. Sant´Ignazio d´Antiochia, vescovo e martire, esortava le comunità cristiane a non far nulla senza il vescovo e a fare di tutto per operare in comunione con il vescovo. E´ l’unico vescovo martire della Campania. Questo spiega anche il perché di tutta la vicenda delle sue spoglie. Il martire fu prima seppellito nell´agro Marciano, a Fuorigrotta che allora faceva parte della diocesi di Napoli, nei pressi dell´attuale via Terracina, in un fondo di una facoltosa famiglia puteolana. Successivamente (431) il vescovo di Napoli, Giovanni I, prelevò le ossa di San Gennaro dall´agro Marciano e le traslò alla catacomba napoletana alle falde di Capodimonte, che già custodiva le spoglie di Sant´Agrippino il quale, nel III secolo, era stato vescovo della città, ma non martire. La Chiesa napoletana non ha mai avuto martiri. San Gennaro, vescovo di Benevento, era un “testimone privilegiato”: un capo di una comunità che aveva dato la vita per essere stato fedele a Cristo”.

Decapitato alla Solfatara, seppellito una prima volta a Fuorigrotta. Poi a Napoli. E a Pozzuoli che succede?

“Fu eretta una chiesa dedicata a San Gennaro: il suo primo luogo di culto. A dimostrazione che la devozione al Santo era sentita anche a Pozzuoli. La “basilichetta” fu costruita non prima della fine del VI secolo, secondo gli “Atti Bolognesi”, proprio ove trovasi l´attuale Santuario di San Gennaro alla Solfatara. Quindi fu realizzata proprio a Pozzuoli il primo luogo di culto pubblico per il Santo”.

Ma San Gennaro nel martirio non fu solo. . .

“Invece sì. Non ci furono commartiri. I puteolani Procolo, diacono, Eutiche e Acuzio, laici, ci sono stati e subirono anche essi il martirio ma in momenti diversi. Lo stesso vale per i beneventani Festo e Desiderio e per il diacono Sossio, misenate. Sono gli “Atti Bolognesi”, scritti tra il VI e VII secolo, che per edificare il Popolo di Dio li hanno presentati come commartiri. La comunità doveva trarre esempio dai martiri che avevano sacrificato la loro vita a Cristo. Quindi intorno alle vicende, vere, si costruivano storie verosimili. E, infatti, i calendari liturgici più antichi (sec. V-VIII) li ricordano in giorni diversi”.

Pozzuoli e il culto di San Gennaro…

“Fin dall´antichità è stato molto vivo a Pozzuoli. Quando la Cattedrale dedicata a San Procolo fu rifatta in stile barocco (1634-1647) fu dedicata anche a San Gennaro. Questi, con San Procolo, è patrono ugualmente principale della Città di Pozzuoli e della Diocesi.
E´ un culto profondamente sentito dai fedeli, che non ha conosciuto, anche nelle vicende più tristi e travagliate della storia puteolana, soluzioni di continuità”.

Ciro Biondi

Articolo pubblicato in occasione del 1700° anniversario del martirio di San Gennaro

Sul mensile “Segni dei Tempi”- settembre 2005

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Il sangue di San Gennaro

Il professor Ennio Moscarella e la “pietra” della Solfatara

Dieci anni fa, il 9 settembre, moriva il professor Ennio Moscarella. Nato a Bagnoli nel 1932 è stato uno dei più importanti studiosi di San Gennaro. Chiunque abbia studiato o soltanto approfondito la figura di San Gennaro e il “segno” della liquefazione del sangue, ha incrociato le ricerche del Moscarella. Il compianto docente ha collaborato con monsignor Aldo Caserta quando questi (tra il 1968 e il 1978) fu ispettore della Pontificia Commissione di archeologia Sacra per le Catacombe di Napoli. Moscarella fu autore di oltre centocinquanta tra articoli e pubblicazioni. Fu agiologo cioè ricercatore sulla vita dei santi. “Lo studio delle fonti – scrisse – precede ogni ricostruzione attendibile dei fatti storici ed elimina fantasie e leggende”. Ricorda il professor Angelo D´Ambrosio in “Proculus”, rivista della diocesi di Pozzuoli (n. 4 luglio – settembre 1996): “Tra le “fantasie” e le “leggende”, sfatate con argomenti storico-archeologici inoppugnabili da Ennio Moscarella, c´è la cosiddetta “pietra di San Gennaro” che si trova nella chiesa a lui dedicata presso la Solfatara di Pozzuoli. Lo studio di Ennio, pubblicato per la prima volta nella rivista “Studi e Ricerche Francescane” e poi in un volume, dimostra che la “pietra” non è il “cippo” sul quale San Gennaro fu decapitato, ma un antico altare che confermerebbe l´esistenza di una basilica paleocristiana alla fine del VI o agli inizi del VII secolo. Inoltre, le strisce rossastre che si vedono nella picchietta della “pietra” (la fenestrella confessionis) sembrano residui di una decorazione che delineano una figura. Queste conclusioni, ritenute “sconcertanti” dalla stampa (era il 1975 n.d.r.), furono, invece, prese in seria considerazione e condivise da noti docenti e studiosi di archeologia cristiana (. . .)”.

Nelle conclusioni al suo libro “La pietra di San Gennaro alla Solfatara in Pozzuoli” (1975) in cui sono dettagliatamente descritti il luogo, la “pietra” e i suoi studi sugli altari paleocristiani, frutto di anni di studio, il professor Ennio Moscarella scrive: “Mi sembra, o almeno spero, che il presente lavoro sia valso a porre in luce un suggestivo monumento archeologico, liturgico e agiografico della Campania e particolarmente di Pozzuoli. Questo monumento dà la prova dell´esistenza della basilica paleocristiana ricavabile dalla “pietra”, per confermare che il testo più antico della “passione” di San Gennaro pervenutoci contiene non solo dati discutibili, ma pure dati sicuramente storici (…). Mi sembra che il presente lavoro ponga su solide basi il valore religioso della “pietra”, di questo antico stipite d´altare paleocristiano, destinato, dunque, al Rito eucaristico nel luogo dell´immolazione di uno dei più celebri martiri della Cristianità. Quell´altare fu, e il suo rudere resta, un ricordo ed un invito: un ricordo che all´unico Pasquale Sacrificio, ripresentato da quel Rito, San Gennaro seppe in modo mirabile, fino alla effusione del sangue, partecipare; e un invito a saper seguire il Martire nella dedizione d´amore, attingendo Vita dal Mistico Banchetto, dal Sangue preziosissimo del Cristo. Si deve considerare, altresì, una gloria dei Cappuccini essere da quattro secoli custodi di tanto cimelio (…)”.

Ciro Biondi

Articolo pubblicato in occasione del 1700° anniversario del martirio di San Gennaro

Sul mensile “Segni dei Tempi”- settembre 2005


  1. GIUSEPPE

    cortesemente mi dici il numero estratto del premio di san gennaro? auto peugeot. grazie




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