Inchiesta di Ciro Biocarcere_pozzuoli.gifndi pubblicata sul mensile “Segni dei Tempi” – ottobre 2006

Questa è la Città delle Donne. Recluse
Indagine sui luoghi e le comunità del nostro territorio. Tutto quello che c’è da sapere sul più grande carcere femminile della Campania
Una città nella città. E’ anche questo un carcere: una comunità con tempi diversi a seconda se chi vi vive è ospite o lavoratore. Ogni casa di detenzione è un microcosmo soggetto a regole ben precise e a una complessa e delicata organizzazione ma i tempi e il ruolo dei mass media finiscono per parlare di carcere solo in occasione di episodi di cronaca nera e malavita. E raramente si riflette sulle condizioni dei detenuti e del “trattamento” per il recupero. Ultimamente l’informazione nazionale ha dato largo spazio al tema dell’indulto, il provvedimento con il quale il Parlamento, a fine luglio, ha legiferato sullo sconto di pena di tre anni per chi ha commesso reati fino al 2 maggio del 2006. Polemiche a parte, l’indulto ha avuto ripercussioni sia positive che negative in tutto il Paese. E gli effetti si sono registrati anche per la Casa Circondariale Femminile di Pozzuoli e le sue ospiti. Le peculiarità della struttura puteolana la rendono più unica che rara tra gli istituti di pena italiani. Innanzitutto, la “Casa” non nasce come carcere (si legga la storia della struttura nell’articolo in basso). Di conseguenza, la sua architettura non consente di offrire il massimo secondo quanto previsto dalle moderne teorie della sicurezza e dell’accoglienza. Per esempio: le stanze delle ospiti sono grandi cameroni dove si annulla l’esigenza di privacy di cui tanto si sostiene la necessità (come, ad esempio, è organizzato il moderno carcere di Secon-digliano). La capienza ideale è per 90 detenute. Ma in alcuni periodi ne sono state ospitate oltre 190. Con l’indulto le 170 presenti prima di luglio si sono ridotte alle ideali 90 unità (dati di settembre). Ovviamente queste sono cifre soggette a cambiamenti quotidiani e a periodi di grandi oscillazioni. Per esempio, gli addetti ai lavori ipotizzano che già nel periodo natalizio aumenteranno le presenze proprio perché saranno in tante che – mandate a casa (per chi ce l’ha) con l’indulto – ritorneranno per nuovi guai con la giustizia. Ma come mai a Pozzuoli il numero delle detenute, dopo l’indulto, si è quasi dimezzato? Alla domanda si può rispondere approfondendo la conoscenza dell’istituto. L’istituto di Pozzuoli “serve” un territorio grande come le province di Napoli e di Caserta, fortemente caratterizzato dalla presenza di microcriminalità e criminalità organizzata. In Terra di Lavoro, per la precisione a Santa Maria Capua a Vetere, c’è un’altra casa circondariale, ma è classificata come istituto di massima sicurezza (cioè per i reati più gravi) per uomini e solo una parte dell’edificio è destinata alle donne. In effetti le ospiti di Pozzuoli scontano la pena per crimini tecnicamente definiti comuni: scippi, rapine, piccolo spaccio, sfruttamento della prostituzione, furto ecc.. Molti di questi reati sono stati oggetto d’indulto e questo spiega il significativo svuotamento del carcere. Quello di Pozzuoli è uno dei pochi carceri esclusivamente femminili in Italia ed è l’unico nella regione. Altri carceri in Campania con spazi dedicati alle donne si trovano ad Avellino, Benevento e Salerno. Paradossalmente, pur essendo riservato esclusivamente alle donne, il carcere di Pozzuoli non ha asilo nido (che consentirebbe alle detenute di avere con sè i bimbi fino a tre anni).

TRA DETENUTI IN ATTESA DI GIUDIZIO E CONDANNATI prima dell’indulto si contavano 61.264 reclusi in Italia. Di questi 2.923 sono le donne. In Campania i “ristretti” erano 7.540 uomini e 296 donne. Questi i dati attualmente disponibili nelle pagine di statistica del sito del Ministero di Grazia e Giustizia. Non si conoscono ancora i dati sull’effetto dell’indulto: in Campania si è calcolato che sono circa 2mila i beneficiari del provvedimento legislativo. Problemi nel problema: molti gli ammalati di Aids (prima dell’indulto oltre 1400 erano i detenuti malati di Hiv), i tossicodipendenti (oltre 16mila) e la presenza degli stranieri. Quasi la metà dei 20mila detenuti stranieri è del nord Africa (molti marocchini, algerini e tunisini) e dall’est Europa (albanesi e romeni). Ogni detenuto costa allo Stato, e quindi ai cittadini, una media di 250 euro circa al giorno.

Il convento di Pergolesi
Lunga è la storia del complesso che ospita il carcere di Pozzuoli e l’attigua chiesa di Sant’Antonio di Padova, famosa in città per essere particolarmente frequentata dai pescatori che, in passato, avevano fatto del santo padovano uno dei loro protettori. Gli edifici risalgono probabilmente al 1300 ma sono stati oggetto di vari rifacimenti passando di proprietà di illustri casati, di ordini religiosi e della diocesi. Dopo il terremoto del 1538 – quello della nascita di Monte Nuovo - fu tra le tante strutture che fu fatta ristrutturare dal vicerè spagnolo don Pedro de Toledo. Nel convento si ricorda anche la presenza del grande musicista Giovan Battista Pergolesi che venne a Pozzuoli per curarsi di tisi e che qui trovò la morte a soli ventisei anni (16 marzo 1736). “Mentre la malattia si aggravava egli, chiamando ad estrema raccolta gli spiriti dell’arte, scriveva un capolavoro, lo Stabat”, ricordava in un suo libro (“Storia di Pozzuoli e dell’area flegrea”) lo storico Raimondo Annecchino. Oggi la stessa strada che passa lungo il carcere (trafficata e “scassatissima”) e alcune scuole di Pozzuoli ricordano il nome dell’artista originario di Jesi, cittadina nei pressi di Ancona. La struttura fu poi luogo di villeggiatura per i seminaristi e nel 1857 fu venduta allo Stato borbonico diventando bagno penale. Successivamente divenne manicomio criminale e da qualche decennio è Casa circondariale femminile. Curiosità: nel carcere di Pozzuoli trovò la morte un altro “illustre” personaggio. Vito Cascio Ferro, uno dei padrini che – tra Sicilia e Stati Uniti – fu tra i capi di Cosa Nostra a inizio del ‘900, acerrimo nemico e presunto assassino del poliziotto italoamericano Joe Petrosino. Più volte scagionato con coperture eccellenti, nel 1925 il prefetto Cesare Mori incastrò il boss siciliano facendolo condannare all’ergastolo e a nove anni di isolamento. Morì nel 1945 proprio a Pozzuoli. Il motivo? Con i bombardamenti alleati su Napoli e dintorni durante la Seconda Guerra Mondiale, scapparono pure le guardie e don Vito morì, dimenticato, di fame e di sete.

Se la vita è difficile si torna “dentro”
Nell’analisi del vicedirettore dell’istituto di Pozzuoli il reinserimento e la tipologia dei reati. Sorpresa: le straniere sono scolarizzate

Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. E’ il terzo comma dell’articolo 27 della Costituzione italiana, la linea guida per chi lavora con i detenuti. Nonostante le difficoltà. «Purtroppo – dichiara il dottor Arturo Rubino, vicedirettore e collaboratore della dottoressa Maria Luisa Palma, direttrice dell’istituto – non tutte le detenute preferiscono seguire il trattamento. Ci sono alcune che si chiudono in sè e non fanno le attività che possono essere utili sia per migliorare la propria condizione in carcere e sia, una volta fuori, per inserirsi meglio nella società. Sap-piamo che fuori, nella maggior parte dei casi, non trovano nessuna condizione favorevole al reinserimento. Il punto critico è proprio la fuoriuscita, il contatto con la famiglia e il mondo del lavoro, che le discrimina. Rien-trare in famiglia, per chi ce l’ha, diventa una problema proprio perché spesso ci sono figli, mariti e altri parenti prossimi che vivono in un ambiente criminale e quindi l’alternativa non c’è, soprattutto se si abita in zona ad alto tasso di criminalità. Sono tante che escono con i mi-gliori propositi, che giurano di cambiare vita. Ma poi, poco dopo, ritornano». La maggior parte delle detenute “puteolane” sconta una pena per spaccio di sostanze stupefacenti: la percentuale è di oltre il 60%. Un dato che ci fa anche comprendere il ruolo che le donne hanno in un sistema criminale, sia pure relativo alla sola vendita (quindi ruolo terminale) delle droghe. Quasi il 40% delle detenute è straniera. Le più numerose sono le nigeriane (molte provenienti dal casertano e, in modo particolare, dalla costa domitia), seguite dalle sudamericane (spesso corriere “occasionali” di droghe, giusto per pagarsi il costoso viaggio in Italia) e le albanesi (vittime della prostituzione oppure “collaboratrici” delle organizzazioni criminali del paese balcanico che operano in territorio italiano). «Le straniere – spiega il dottor Rubino – hanno, almeno quelle provenienti dall’America Latina oppure dall’Est Europa, anche se queste ultime sono poche, un tasso di scolarizzazione abbastanza alto. Sono proprio loro che seguono con maggiore attenzione i corsi, soprattutto quelle per le elementari e le medie, utilizzando il periodo della detenzione per approfondire la lingua italiana. Con l’indulto c’è stata una grande mobilitazione per aiutare i detenuti a ritornare in società. Ma queste azioni dovrebbero proseguire anche per il futuro». Esiste un rapporto di collaborazione tra il carcere e la città che lo circonda? La Casa Circondariale di Pozzuoli ha stipulato un accordo con la Asl Na 2. Per legge le detenute hanno il diritto ad avere, oltre alla normale assistenza sanitaria, anche cure specialistiche e la somministrazione di medicinali particolari. Tutto a carico dell’amministrazione penitenziaria. L’accordo prevede l’approvvigionamento farmaceutico direttamente dalla farmacia dell’Asl, risparmiando sui costi sanitari, oltre che la disponibilità di medici specialistici e, in modo particolare, del personale del locale Sert (servizio per i tossicodipendenti). Fino all’anno scorso un protocollo d’intesa con il comune di Pozzuoli dava la possibilità ad alcune detenute di aiutare i giardinieri del municipio a curare le aiuole, i giardini della città. In cambio le detenute ottenevano permessi speciali. Attualmente la convenzione è sospesa poiché l’amministrazione comunale è commissariata.

La giornata delle detenute “puteolane”
7,00 sveglia; 9,00 inizio attività; 11,00 passeggiata; 12,00 pranzo; Passeggiata pomeridiana; Momenti di socialità (stanze polivalenti); 18,30 cena; 20,00 chiusura giornata.

I lavoranti
Esistono detenuti lavoranti. A Pozzuoli ce ne sono oltre 30. Sono addette alle pulizie, porta vitto, cuoche (la cucina per i detenuti è affidata direttamente a loro mentre per il personale c’è un appalto con una ditta esterna). Hanno diritto alla paga minima sindacale prevista e anche alle ferie. Da trascorrere, ovviamente, in carcere.

Più agenti che detenute
A settembre si contano 90 ospiti circa. Per loro ci sono 100 guardie penitenziarie preposte alla sicurezza, di cui 70 donne e 30 uomini. Ma nel carcere c’è anche personale civile tra contabili, sanitari (medici, infermieri) e professionisti del “trattamento rieducativo” (educatori, assistenti sociali, psicologi). L’articolo 78 del Regolamento penitenziario prevede anche le figure dei volontari che personalmente vengono accreditate presso l’Istituto.Su di loro organizzano e supervisionano una direttrice e un vicedirettore.

Dall’indulto alla redenzione: parla il cappellano
Liberazione, riscatto. Cioè redenzione. Laici e religiosi che stanno con i detenuti usano spesso questo vocabolo, che sa di libertà. Non solo fisica. E il momento critico per tutti è l’uscita dal carcere, il bisogno di riflettere sulla propria condizione e i rapporti con gli altri. Don Fernando Carannante, direttore della Caritas diocesana, è cappellano della Casa di Pozzuoli. Ad aiutarlo le suore Piccole Missionarie Eucaristiche e, la domenica, i giovani del Rinnovamento nello Spirito. La struttura di via Pergolesi, al suo interno, ha una chiesa. Durante la settimana, don Fernando, segue le detenute attraverso i colloqui personali e la confessione; le suore assicurano un valido cammino di catechesi, finalizzato innanzitutto al confronto con la Parola di Dio. «Per le detenute – spiega don Fernando – l’indulto è stato un atteso segno di clemenza ma la preoccupazione della Caritas diocesana di Pozzuoli è stata quella di creare un rapporto tra carcere e territorio. Per questo, grazie alla grande sensibilità del Vescovo, abbiamo sempre avuto un amore preferenziale per i cosiddetti “poveri invisibili”, come gli extracomunitari, gli ammalati e i carcerati. Abbiamo creato delle strutture di accoglienza che fossero punto di riferimento sul territorio per questi poveri invisibili: “Ero forestiero” per le donne immigrate, il centro “Ero ammalato”, per le cure mediche. Attualmente è in atto la terza opera-segno “Ero carcerato”, dove diamo la possibilità alle detenute (molte le extracomunitarie), che, pur avendo il diritto di godere di giorni di permesso, non hanno una casa. Per le detenute in regime di semi libertà e potendo usufruire di misure alternative al carcere, ci affidiamo a centri tenuti da religiosi o a cooperative che già svolgono questo servizio, in attesa di avere pronta una nostra struttura di accoglienza per permettere a queste persone di non doversi trovare subito immerse in una società che spesso le rifiuta, ma creare quelle condizioni necessarie per un progressivo inserimento nel tessuto sociale. E’ un lavoro molto delicato, ma indispensabile per educare la comunità a riaccogliere queste persone che ormai sono considerate come “marchiate”. Purtroppo le esperienze fatte fino ad ora di un inserimento immediato, attraverso lavoro di domestica o badante, per queste donne, specialmente extracomunitarie, è difficile. Occorre prima educare la comunità a fare scelte coraggiose di accoglienza di queste persone che si rendono conto di aver sbagliato, ma hanno bisogno di chi continui loro a dare fiducia. Per noi l’indulto è stato significativo come atto di attenzione delle istituzioni verso il carcere, ma non è un piccolo atto di clemenza che la Caritas chiede, piuttosto la presenza sul territorio di strutture animate da persone capaci di aiutare chi è stato in carcere a poter ritornare a “vivere” in pienezza la propria vita senza essere segnata. Se non si creano queste premesse purtroppo le carceri torneranno a sovraffollarsi e l’indulto potrebbe trasformarsi in una “pura illusione”».

inchiesta di Ciro Biondi pubblicata sul mensile “Segni dei Tempi” – ottobre 2006


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