Un parco sommerso tra natura e archeologia

Cavallucci marini, saraghi, seppie, triglie, gallinelle di mare, bavose, scorfani e polpi. E poi molluschi come la pinna nobilis e il tartufo (veus verrucosa). Sono alcuni degli abitanti dell’antica Baia sprofondata nell’acqua. Custodi silenziosi di tabernae di mercanti, ville patrizie, luoghi sacri, basi militari. Il Parco sommerso di Baia è – insieme all’area di Punta Campanella e alla Gaiola – una delle tre aree marine protette del Golfo di Napoli. Insieme all’area marina della Gaiola è nata per proteggere la costa flegrea che proprio per le presenze archeologiche e per l’ambiente sottomarino in cui si trovano sono considerate uniche al mondo. Tra poco si aggiungerà, nel mare flegreo, un’altra area protetta: è stato istituito il parco marino “Il Regno di Nettuno” che interesserà le isole di Ischia, Procida e Vivara.

L’area baiana è sicuramente uno dei luoghi più suggestivi e interessanti: è qui che si incontrano storia e natura, archeologia e scienze naturali. Tutta la fascia costiera da Lucrino a Baia è disseminata di significativi resti archeologici (per la verità è quasi tutta la costa del Golfo di Pozzuoli a conservare segni del passato). Il parco è diviso in tre zone (A: riserva integrale; B: riserva generale; C: riserva parziale) ed è articolato in due zone costiere: Lucrino e l’insenatura di Baia. Ma bisogna tenere presente che la costa di duemila anni fa era completamente diversa da quella di oggi.

La lingua di terra che separa il lago Lucrino dal mare era molto più larga dell’attuale e ospitava il Portus Iulius (zona “B” e “C”), un porto prima militare e poi commerciale voluto dalla Gens Iulia (34 a. C.). Un canale di 400 metri metteva in collegamento il mare con il Lucrino che a sua volta era collegato con l’Averno creando un sistema di comunicazione estremamente congeniale alle esigenze dell’epoca. A dividere Lucrino da Baia c’è il costone di Punta Epitaffio. Il golfo di Baia aveva una linea di costa più avanzata; e, infatti, creava un’insenatura molto simile ad un lago, che gli antichi chiamavano appunto Baianus Lacus. E un canale collegava il mare aperto con lo specchio d’acqua più interno. Alla fine del IV secolo d. C. inizia il lento ma insesorabile declino; il bradisismo discendente iniziava a sommergere parte della città imperiale e la natura affidò al mare la “conservazione” di quei posti. La vegetazione terrestre si unì a quella acquatica e le mura romane divennero rifugi per la fauna marina. Da secoli l’inestimabile patrimonio archeologico – nonostante i numerosi saccheggi – mantiene il suo fascino grazie proprio alla “protezione” della natura. Nel 2002, il Ministero dell’Ambiente insieme ai Ministeri per i Beni culturali, dei Trasporti, delle Politiche agricole e la Regione Campania ha istituito il Parco Sommerso di Baia, equiparandolo ad area marina protetta. L’area comprende il litorale di Bacoli e Pozzuoli. Tra i principali siti archeologici sommersi: il ninfeo imperiale di Punta Epitaffio, la villa dei Pisoni e un complesso termale. Molti dei reperti ritrovati in acqua (come la statua di Ulisse e del compagno), sono visibili al Museo Archeologico dei Campi Flegrei nel Castello Aragonese di Baia.

Ciro Biondi

 

Articolo pubblicato sul numero di settembre 2007 del mensile “Segni dei tempi”

 

 

Sott’acqua cantiere sperimentale di restauro

Con la “Convention on the Protection of the Underwater Cultural Heritage” firmata a nel novembre del 2001, l’Unesco ha sottolineato la necessità di valorizzare, proteggere e conservare in situ, ove possibile, il Patrimonio storico archeologico subacqueo.

Così, dal 2003, la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle province di Napoli e Caserta, Ente Gestore temporaneo del Parco Sommerso di Baia, ha affidato all’Istituto Centrale del Restauro (l’I.c.r.) il compito di sperimentare nuove tecniche per il restauro subacqueo nel Parco Sommerso di Baia con il progetto “Restaurare sott’acqua Materiali Metodologie e Tecniche dell’ICR: le ultime esperienze condotte a Baia”. Gli interventi hanno interessato le strutture parte dell’edificio denominato Domus con ingresso a Protiro.

L’impiego di scalpelli, bisturi, spazzole, hanno permesso la pulitura del mosaico. Mattoni e sacchi di sabbia hanno restituito consistenza alle fondazioni. Nel 2004 si è svolto il cantiere sperimentale, per il restauro di un ambiente pavimentato a mosaico e di una porzione del muro con semicolonne in laterizio che circonda il giardino della Villa dei Pisoni. Il muro in laterizio, presentava un forte degrado a livello della fondazione dovuta sia all’impoverimento delle malte sia all’azione degli organismi marini e del moto ondoso, particolarmente sensibile a profondità non molto elevate.

Per il restauro ed il consolidamento delle strutture antiche sono state utilizzate malte appositamente formulate e applicate mediante l’uso di sacche di tela impermeabile.

Gli ultimi esperimenti in corso riguardano invece la zona B, riserva generale del Parco, in particolare le strutture sommerse del Portus Iulius.

Ciro Biondi

 

Articolo pubblicato sul numero di settembre 2007 del mensile “Segni dei tempi”


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