Pianura: una comunità tipo partita da Calarasi per la “tollerante” Napoli. Con tanti bambini che parlano italiano
«Noi siamo i rom: quelli del mangel»
Non solo elemosina, ma anche lavoretti: così vivono in più di 60 nel campo di via Montagna Spaccata
Marcel, Val, Andrei, Cristi. Sono i nomi degli abitanti dipinti sulle case. Le “case”: legno, plastica, lamiere, cartone. Pianura, marzo 2007. Si vive così nel campo rom. Baracche e strade di sassi su cui corrono e inciampano decine di bambini. La vista che domina tutto l’antico cratere dei Pisani, a poche decine di metri dalla ex discarica; sotto c’è la trafficata via Montagna Spaccata. Il campo è sorto quattro anni fa, in un ex scasso: per arrivarci, da via Montagna Spaccata bisogna risalire una strada sterrata e poi scendere a valle. Lì si trovano le case, sotto la collina, protette dal vento e dagli occhi degli abitanti. Vengono da Calarasi, 70mila abitanti, capoluogo dell’omonima contea a sud della Romania, paese entrato nell’Unione Europea – ricordiamolo – da gennaio di quest’anno. Da lì un solo viaggio in bus, diretto fino a Napoli. E poi un peregrinare tra i vari campi rom del Napoletano: prima nei cartoni di piazza Garibaldi poi a Ponticelli e infine la scelta di Pianura. Perchè proprio l’Italia? Perchè proprio Napoli? «Qui c’è più tolleranza. Non ci sono controlli come in Germania, o in Francia, e la gente è più socievole». Questo dicono gli uomini del campo. Le donne non parlano. Sono tutti parenti, cugini e cognati, un’unica famiglia in cui gli anziani hanno un ruolo importante. Oltre sessanta persone di cui una trentina di bambini che vengono accuditi da tutti ed educati alle regole della comunità rom; innanzitutto il rispetto per tutti e la fratellanza. Intanto il campo è stato oggetto di “attacchi” notturni. «Qualche giovane stupido, che non abbiamo visto», ripetono dal campo. “Giovani stupidi” che hanno già incendiato un altro piccolo campo in contrada Pisani (venti persone circa poi trasferitesi in un rudere a Quarto) e hanno rubato due generatori di energia elettrica. E’ grazie a questi dispositivi che si riesce a mandare avanti il campo. Ogni “casa” un’antenna, la tv italiana – nonostante tutto – è apprezzata. L’acqua bisogna cercarla lontano, almeno a 2 km di distanza. Le donne si dedicano ai lavori necessari al buon funzionamento del campo. Una delle donne più anziane e autorevoli lava i panni per tutti. Le altre cucinano in apposite baracche oppure girano per l’elemosina (mangel in lingua rom). Gli uomini di solito raccolgono il “fero vechio”, così come rassicura una scritta ai lati dello scassatissimo “Ape”: in piccoli recinti di legno i depositi di alluminio e rame trovati sulla spazzatura. Altri sono muratori, falegnami, che lavorano saltuariamente. Molti ragazzi – riferiscono padri orgogliosi - sono garzoni per i supermercati di Napoli e Pianura. I bimbi sotto i quattro anni sono nati in Italia e parlano l’italiano. Su tutto questo uno strano silenzio: «Qui non è mai venuto nessuno. All’ini-zio, quando ci insediammo, venne la polizia ad ispezionare il campo. Poi, più nessuno. Ora c’è Giampaolo della Caritas e i ragazzi che collaborano con lui, Laura e Alberto. Se abbiamo un problema chiediamo a loro. Ci stanno dando dei consigli per uscire da questa situazione e noi vogliamo seguirli».
Storie di disperati della nuova Romania
Mille storie. Una sola storia. Si somigliano tutti i racconti di vita che fanno i rom accampati tra Pianura e Pisani. Calarasi è la città in cui vivevano “normalmente” in case vere e grazie ad un lavoro vero. Poi la fine del socialismo e il liberismo selvaggio. E tutto finisce. «Siamo qui perchè abbiamo fame – dice Marcel, tra i più anziani – qui almeno possiamo mangiare mentre nel nostro paese era impossibile. In Romania il governo non fa nulla per aiutare i poveri: la vita aumenta e il lavoro non c’è».
Tutti hanno studiato almeno fino alle scuole dell’obbligo. Tutti avevano un regolare contratto e avevano messo su famiglia abbastanza presto, come è tradizione tra i rom. Cristian, ha 37 anni. E’ già nonno di due bambini che vivono in Romania. Vive in Italia alcuni mesi all’anno e poi ritorna a casa perchè lì c’è il resto della famiglia: «Subito dopo la scuola avevo un contratto con “l’Asìa” di Calarasi (la nettezza urbana ndr) poi il Comune ha ceduto ai privati l’azienda. E l’imprenditore italiano ha diminuito il personale. Fine del lavoro».
Anche il più anziano del gruppo, una delle autorità del campo, ha lavorato per trenta anni in una delle più grande cartiere della Romania. Poi stessa musica: «E’ arrivato un italiano, ha comprato la fabbrica, ha portato dall’Italia delle nuove macchine ed ha mandato via i più vecchi».
In Romania esiste una fortissima concentrazione di aziende italiane. Secondo i dati del Governo romeno ci sono circa 4.000 (su oltre 17mila registrate) imprese operative di proprietà italiana.
Gli imprenditori italiani sono attirati dalla manodopera a basso costo, dalle scarse garanzie sindacali e dagli incentivi della Ue e dello Stato italiano. «Fino a due anni fa – spiegano alcuni giovani – in Italia era più facile trovare lavoro, anche in nero, come carpentiere, operaio, ora non c’è nessuna richiesta, a dimostrazione che qui da voi l’economia è ferma».
Ciro Biondi
Non sono nomadi, ma dal 1° gennaio cittadini europei: dopo le diffidenze l’integrazione parte da sanità e scuola
Caritas & rom: operazione inserimento
Gli operatori: «Case vere e lavoro per allontanare la criminalità». Il contatto con gli ortodossi
Le famiglie rom di Pianura ci hanno chiesto di essere aiutati ad integrarsi nel nostra società. Sono in Italia solo per trovare condizioni di vita migliore e non per delinquere. E noi li stiamo aiutando». A parlare è il diacono Giam-paolo Rocco, responsabile Caritas Migrantes e direttore del Centro di Accoglienza per donne immigrate Ero Forestiero di Pozzuoli.
«Dopo aver avuto delle segnalazioni siamo stati noi ad avvicinarci – dice Rocco – con non poche diffidenze iniziali. Queste famiglie vorrebbero vivere in vere case ma nessuno le affitta a loro. La soluzione migliore è creare delle zone di accoglienza dove possano trovare le condizioni per essere autonomi nel rispetto della legalità. Questo dovrebbe essere fatto prima che queste famiglie di Pianura entrino in contatto con la criminalità locale. Nel frattempo stiamo operando nel campo e abbiamo chiesto la collaborazione della municipalità di Pianura – Soccavo».
Rocco e i ragazzi del servizio civile hanno fatto un censimento delle famiglie del campo. A loro è stato consigliato di adeguarsi alla burocrazia italiana. Ora tutti hanno un codice fiscale che consentirà di ottenere lavoro. I rom si offrono per lavori che gli italiani non vogliono fare più. Per quanto riguarda gli aspetti sanitari, una recente normativa prevede per i nuovi comunitari la proroga fino a giugno per l’utilizzo della Stp (la tessera sanitaria per “straniero temporaneamente presente” che la legge attribuisce anche agli “irregolari”). Poi dovrebbero tornare in Romania per ritirare la tessera sanitaria europea. Con un problema: nel loro paese la tessera è legata al reddito e quindi non ne hanno diritto. «Intanto il nostro poliambulatorio – spiega il diacono Rocco – e gli studi medici con noi convenzionati si stanno attivando. In collaborazione con la Asl Na 1 procederemo con le vaccinazioni ai bambini. Interes-sante è anche l’esperienza di due ragazzi del servizio civile, Laura e Alberto. Stanno cercando di comprendere la loro cultura trascorrendo del tempo insieme a loro, giocando con i bambini, parlando con le donne. Il responsabile del poliambulatorio, Pasquale Grottola, sta organizzando un corso di primo soccorso per alcune donne del campo, in modo tale che possano prestare assistenza agli ammalati. Allo stesso modo abbiamo contattato anche i sacerdoti ortodossi a Napoli che al più presto celebreranno con la nostra partecipazione al campo». E’ attivo anche il presidente della IX Muni-cipalità, Fabio Tirelli: «Abbia-mo richiesto ai dirigenti scolastici di provvedere all’inserimento nelle scuole dei bambini. Insieme all’assessorato alle politiche sociali del Comune stiamo cercando di trovare una soluzione al problema di queste famiglie trovando un’adeguata sistemazione che garantisca dignità mentre a loro chiederemo il rispetto delle leggi italiane e la scolarizzazione dei bambini. Già in passato mi sono occupato di questioni legate all’integrazione dei rom e insieme al Comune e ad altre associazioni trovammo la sistemazione di alcune famiglie nella scuola ‘Grazia Deledda’».
Ciro Biondi
Il popolo dei pregiudizi
Tante piccole comunità da sempre chiuse in se stesse
E’ sicuramente uno dei popoli più perseguitato al mondo, su cui ci sono molti pregiudizi. Probabilmente iniziarono il loro viaggio partendo dall’India, intorno all’anno 1000. In Italia la loro presenza è registrata per la prima volta nel 1400. Nel ‘900 i rom sono stati vittime silenziose dei campi di sterminio nazifascisti.
In Campania – secondo gli studi effettuati dall’Opera Nomadi – a parte gli insediamenti secolari, negli ultimi anni ci sono state ondate di rom provenienti dalla ex Jugoslavia. Tuttavia il fenomeno più recente riguarda i rom provenienti dalla Romania. Innanzitutto – è bene ricordarlo – non sono nomadi.
Durante il regime comunista la Romania li assorbì “attraverso politiche di integrazione (anche forzata) – si legge in un opuscolo informativo dell’Opera Nomadi – che però hanno portato al riconoscimento dei diritti da sempre negati al popolo rom. Vennero date case, terreni e proprietà insieme al diritto-dovere al lavoro e ai servizi sociali”. Con il crollo del regime di Ceaucescu “i rom hanno conosciuto un notevole peggioramento delle loro condizioni di vita, con la ripresa dei progrom” e delle altre manifestazioni di razzismo, anche a opera delle forze di polizia.
Il salario mensile medio in Romania può essere racimolato in Italia in pochi giorni grazie al mangel (elemosina) a cui possono partecipare tutti i membri della famiglia, compresi i bambini.
La sedentarietà forzata ha lasciato il posto all’antico nomadismo che viene definito “coatto dal carattere estensivo”: tende, cioè a disperdersi sul territorio per non saturarlo.
“Il meccanismo – si legge nello studio – in un certo senso è autoregolamentato: all’inizio parte il tam tam telefonico nelle famiglie allargate o tra i conoscenti, poi il numero delle presenze si stabilizza da sé quando si viene a raggiungere una certa soglia di saturazione del mercato locale. I rom sanno allora spingersi più in là”.
Ciro Biondi
Articoli pubblicati sul numero di aprile del mensile “Segni dei Tempi”.









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